Tutte storie!Special GuestC’AVETE ROTTO I MӐNESKIN!!!

C’AVETE ROTTO I MӐNESKIN!!!

Premessa: l’articolo che seguirà NON verterà sui Mӑneskin in quanto tali. Importa sega, diceva il Mascetti di “Amici miei”, e facciamo tanti in bocca al lupo alla loro carriera. Il Noto Gruppo in questione servirà soltanto da base per un po’ di considerazioni sul dibattito che si è scatenato in seguito al loro exploit continentale, una mischia provinciale, isterica e totalmente sballata.
Premessa bis: chi scrive non è un critico musicale nè uno storico del rock, ma semplicemente uno che ha una testa autonoma che produce pensieri autonomi con la fortuna di non riuscire a vivere senza del rock come sottofondo delle proprie giornate.
Detto ciò, andiamo a vivisezionare l’allucinante discussione che per una settimana buona ha tempestato i social dopo la vittoria della band romana all’Eurovision. Perchè mai infliggersi tale gioco? Per il fatto che in controluce rende lo stato di malferma salute mentale con cui viene pensata quella cosa chiamata “rock”. Ovvero per tastare il polso al malato che, come tutti i malati, può contare su nascoste energie grazie a cui tenersi in vita. A volte, persino, con momenti che fanno ben sperare per il futuro.

“Anzichè criticare bisognerebbe essere contenti che una rock band sia salita sul podio”. Le disquisizioni su cosa sia o non sia conforme all’etichetta di “rock” sono di una noia e di uno snobismo letali. A rigor di sonorità, la canzone vincitrice è a tutti gli effetti una rock song. Su questo non ci piove. Per quale motivo questa levata di scudi generale, allora? Perchè nonostante la distorsione e uno stile adeguato al genere sul palco (che i Maneskin tengono bene, si vede che un po’ di gavetta l’hanno fatta), il Noto Gruppo non è arrivato lì, davanti agli spettatori di tutta Europa, solo perchè hanno suonato in strada o per aver composto qualche pezzo particolarmente indovinato, ma perchè nel 2017 hanno conquistato la fama nel loro Paese, il nostro, partecipando a X Factor, e soprattutto perchè hanno vinto l’ultimo Festival di Sanremo. Sia X Factor che Sanremo sono innanzittutto, per non dire esclusivamente, dei format televisivi, e un format televisivo premia gli artisti che rispettano criteri di facile spettacolarità, di telegenicità e di vendibilità discografica. Non sono generose rampe di lancio per generi o subculture di nicchia nè per esemplari di musica ricercata, ma contenitori in cui non si va oltre il motivetto radiofonico (con eccezioni, naturalmente: si pensi a Mia Martini, per fare un esempio celebre).

“Una band rock che suona in playback (voce a parte) non può dirsi rock”. Per regolamento, l’Eurovision (un contest popolare in Nord Europa che in Italia nessuno si è mai filato, fino ad oggi), prevede da sempre il playback per gli strumenti manuali. Osservazione, dunque, completamente fuori bersaglio. Sarebbe come andare a mangiare la carbonara in un vile ristorante tedesco e pretendere che non ci mettano la loro schifosissima panna o che conoscano l’esistenza del guanciale.

“Prima di dar contro a un gruppo di giovani promesse, bisogna aver suonato in una qualche occasione che sia più importante della sagra della patata dietro casa”. Battuta liquidatoria che ricorre da parte di musicisti difensori del Noto Gruppo contro altri musicisti ostili al Noto Gruppo. Trattasi di ingenua vaccata: non è il successo in sè e per sè a decretare la bontà dell’arte. Altrimenti dovremmo considerare arte, tanto per dire, anche tutta la sgargiante e trionfante paccottiglia che discende da quell’opportunista di Andy Warhol, che ti fa subito venir voglia di chiuderti al Museo dell’Acropoli di Atene per istinto di compensazione.

“Ha vinto un gruppo italiano, come italiani bisognerebbe esserne contenti”. Vaccata suprema, benchè spiegabile. In una gara fra nazioni com’è l’Eurovision, lo spettatore è logicamente portato a tifare per la propria bandiera come avviene in un torneo internazionale di calcio. Il problema è che la musica non dovrebbe essere una gara a chi ce l’ha più grosso, ma anche questo, a sua volta, è un portato (in versione catodica) della dinamica puramente numerica della hit parade. In ogni caso, l’orecchio non dovrebbe conoscere confini o maglie di nazionalità: se qualcuno propone roba buona, che sia italiano, francese, ungaro-finnico o di Calcutta, non fa differenza alcuna. O meglio, non dovrebbe farla.

“Chi attacca perchè sono mainstream è soltanto l’invidioso da underground che vorrebbe essere al posto loro”. Naturale che chiunque, sotto sotto, negandolo magari perfino a sè stesso, sogni di diventare famoso e magari anche arricchirsi grazie alla notorietà. L’invidia, poi, muove il mondo più dell’amore, diceva Dante. Tuttavia, complice l’età o l’esperienza, l’esponente del sottosuolo che abbia sviluppato qualche neurone sa perfettamente che la gloria conquistata con un colpaccio in tv (o per aver azzeccato un tormentone in radio) è un prodotto effimero di mercato che il mercato si riserva di far dimenticare presto, a volte in men che non si dica. Le rock band di valore, non importa se abbiano fatto il salto o no, vivono della costanza nel rapporto con i fan: è lì la fonte della loro soddisfazione, la garanzia del loro senso come musicisti.

“Al di là di tutti i rilievi possibili, almeno ha goduto di visibilità un genere che di solito è trattato da parente povero, di serie B”. Eccoci arrivati al punto dolens: in uno show-business in cui il rock è di solito marginalizzato a passione da dinosauri o da nostalgici, meglio il piuttosto di niente. Chi si accontenta gode, insomma. Non proprio. Una volta, nell’era pre-Internet, se capitava che un gruppo rock squarciasse la semi-clandestinità in cui, per lo meno in Italia, è sempre stato svalutato il genere, questo poteva indurre a curiosità il ragazzo ancora musicalmente vergine e fargli scoprire tutto un mondo. Perchè quando il mondo intero non era a portata di click, la curiosità era ancora possibile, era anzi l’unica chance per uscire dagli angusti limiti del proprio localino in città o di paese (le famose “scene” locali, con spedizioni incrociate di cassette, vinili e cd, con le fanzine, con gli scambi di concerti auto-organizzati fra band affini, ecc ecc). Oggi che i nativi digitali non alzano il culo dal divano se non dopo essersi convinti su Youtube che la band di turno valga il prezzo della loro sempre più bassa soglia di attenzione, è sempre il mercato a dettare l’agenda, in toto, perciò è difficile che un novizio vada a cercarsi le influenze precedenti, per dire, del Noto Gruppo, o ardisca di andare a vedere di persona cosa propongono i gruppi poco noti che suonano, misconosciuti, in un bar a pochi chilometri da lui. Magari qualcuno a farlo c’è, ma sono mosche bianchissime.

“C’è voglia di rock’n’roll”. Questa è una battuta (ipse dixit) del cantante del Noto Gruppo. I rockettari impenitenti ci sperano sempre. Ma chi vive sperando, muore nell’atto che generalmente si fa seduti sulla tazza del cesso. In realtà, l’ha detta giusta Cristina Scabbia dei Lacuna Coil: “Ora tutti in Italia dicono cose del tipo: ‘Il rock non morirà mai’. E quello che penso io, ascoltandoli, è: ‘Ma dove eravate fino a qualche giorno fa? Quando ascoltavate pezzi del genere dicevate: ‘Ci sono troppe chitarre distorte’. E ora, all’improvviso, si scopre che tutti avevano un animo rock’n’roll. Spero sempre che qualcosa cambi, ma è davvero dura”.

“Non possono essere rock come lo erano i rocker di trenta, quaranta, cinquanta o sessant’anni fa, i tempi cambiano”. Mettersi al riparo ricorrendo all’ovvietà rende più sicuri, non più intelligenti. I tempi cambiano, certo, bella scoperta. Un Little Richard, un Jim Morrison, un Iggy Pop, un Lou Reed o un Lemmy Kilmister oggi non possono più incarnarsi. Ma banalmente perchè quelle condizioni (di vita, di musica, di mentalità) non ci sono più. Bisogna allora definitivamente intendersi sul significato da attribuire alla parolina magica “rock”. Se per rock si indica solo la categoria tecnica di composizione ed esecuzione, il Noto Gruppo ha alcuni caratteri di genere (se spulciate fra le canzoni, troverete ogni tanto financo degli assoli di chitarra), ma complessivamente trattasi di pop, almeno come concezione di fondo. Cioè adatta a un pubblico di massa, indifferenziato, generico, dal teenager fino a suo nonno arzillo, che si fa andar bene quel che passa il convento. Questo perchè, nonostante l’impatto sonoro un po’ più duro della norma radio-tv, offre uno spettacolo che provoca senza davvero provocare (l’aspetto androgino, dopo ormai secoli da Bowie e glam, nell’epoca Lgbt è un brand commerciale affermato, nessuno scandalo), suscitando emozioni senza essere disturbante (intendiamoci: non è che bisogna per forza spaccare chitarre on stage o mandare l’uditorio a farsi fottere, però neanche limitarsi al compitino e basta), guardandosi bene dal manifestare la minima aggressività o messaggio “sbagliato” (cocaina? per carità, siamo bravi bambini, quando invece si sarebbe potuta mostrare un po’ più di personalità dichiarando, semplice semplice, che la Francia rosicatrice e accusatrice poteva anche metterselo in quel posto il sospetto e morta lì. Il vecchio paraguru Vasco, al netto del giudizio musicale su di lui, ha fatto meglio, come loro avvocatore difensore: “Testatevi voi, bigotti”, ha scritto con un post definitivo sul suo Fb).

In due parole, il rock è molto più di una certa chimica di elementi strumentali o di una certa estetica: è un’attitudine, un modo di essere riassumibile in un “fuck you” e in un “I don’t care”. Rockers d’antan, metallari, punk e tutte le ondate successive sono state accomunate, ben oltre gli stilemi di tribù, da questa filosofia di vita tradotta in musica. Una musica teoricamente per molti, ma non per tutti. Per apprezzarla si deve provare piacere in una sferzata acustica e visiva che fa perdere il controllo, mette in discussione le abitudini mentali, prende a schiaffi le normali e salutiste convenzioni medie, violenta l’apparato uditivo con un solo scopo: farti letteralmente scatenare. E questo vale, seppur a bassa intensità, anche tutti i giorni in cui il rockettaro lo individui eccome, così come ne trovi ancora a farsi il mazzo girando per locali, divertendosi nonostante tutto, anche se un Eurovision non lo vedrà mai nemmeno con il binocolo, perchè il purosangue born to lose non è abbastanza musicalmente e politicamente corretto, per il baraccone. O non abbastanza da circo (nel 2006 l’Eurivision lo vinsero i rispettabilissimi Lordi, ma, azzardiamo, forse più per i loro costumi di scena che per i loro pezzi). L’essenza del rock è il live sudato, sporco e imprevedibile per definizione. Se invece te lo gusti tranquillo e sereno in salotto come un rassicurante amaro a fine pasto, scusami, caro sedicente fan, ma tu di rock non hai capito un beneamato. Come dice il saggio: uno scooter non potrà mai essere una moto.


Alessio “Joker” Mannino