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West Side Story: tra sogno in Studio e la realtà delle strade

Se con All that Jazz abbiamo dichiarato il musical classico clinicamente morto (ma pronto a risorgere sotto nuove spoglie), tornando indietro di un decennio – i mitici Sixities – ci confronteremo con un film che mette in crisi la campana di vetro sognante del musical classico: West Side Story di Robert Wise e Jerome Robbins del 1961.
Tratto dall’omonimo spettacolo di Broadway della triade Arthur Laurents (libretto), Stephen Soundheim (parole) e Leonard Bernstein (musiche), questo film sulla carta sembra l’erede della tradizione hollywoodiana con un adattamento contemporaneo del classico dei classici: Romeo e Giulietta di William Shakespeare. Tuttavia, a guardar bene i dettagli, è un film che in nuce rompe il canone della tradizione istillando segni di modernità e crisi (quella crisi della società che esploderà poi nel corso degli anni Sessanta) in un testo filmico di stampo tradizionale. E a caratterizzare questa crisi è il rapporto con la città di New York e la sua realtà; la penetrazione di una città reale in un contesto idealizzato e irrealistico quale quello del musical porta segnali di rottura dirompenti.
Proviamo ad analizzare come si manifesta questo rapporto di penetrazione (ma anche rifiuto) della brutale realtà nel corso delle due ore e mezza di sviluppo di questa immortale storia d’amore. Il film si apre come i grandi spettacoli degli anni Cinquanta con l’overture, sembra di assistere (e in parte è ancora così) ai grandi kolossal delle major dei decenni precedenti come Via col Vento, Ben-Hur e Spartacus. Ma si può rilevare fin dall’inizio un segnale di crisi: il prologo sonoro è anticipato da una serie di fischi che risuonano nel vuoto e da suoni ambientali urbani quali il rombare dei motori delle macchine e i clacson. Quest’irruzione di “musica concreta” fatta di rumori metropolitani che anticipano la parte propriamente orchestrale funzionano come segnali d’attenzione: siamo nell’ambito del musical ma di un musical che ci porterà in un concretissimo ambiente, concreto come il concrete del significato inglese del termine, cioè l’asfalto. Ad accompagnare visivamente la parte sonora c’è una versione stilizzata della città di Manhattan che, al termine dell’overture, si trasforma nella sua versione reale ripresa da un’immagine aerea. Dal profilo della punta estrema dell’isola vista dal suo lato acquatico, l’immagine aerea si sposta sempre più dentro al “ventre” della città attraversandone i simboli turistici fino a giungere nell’Upper West Side dominato dalle gang. La città, con i suoi grattacieli che penetrano la bidimensionalità dell’immagine cinematografica, è composta da strade che geometricamente tagliano l’immagine come i corpi dei protagonisti taglieranno l’inquadratura nel corso del film

E qua notiamo lo scontro tra le due anime del film: un campetto da basket di un quartiere povero ripreso dal vero che non fa nulla per nascondere il suo squallore e la sua miseria si mischia ad hollywoodiane e complessissime coreografie. Il realismo della ripresa in esterna si mischia al corpo di ballo e ai colori accesi del Panavision. Le scene dell’inizio ci mostrano un perfetto cocktail di realtà e irrealtà sognante da musical con colori pop ed usati in modo espressionistico (con set design e costumi in perfetta corrispondenza cromatica) che ci avvertono che, per una storia d’amore tra gang criminali, la ripresa in studio sarebbe cosa antiquata: la realtà è entrata nel film musical tanto che il resto del film è imbevuto di cruda attualità e sociologia, lontanissima dai balletti astratti in location di fantasia di Ginger Rogers & Fred Astair o Bugsby Berkley. Le performance danzanti sono la coreografia delle risse tra giovani teppisti e il film racchiude i dubbi sul fallimento del mito americano (una volta simboleggiato proprio dal musical stesso e dal western) in merito di integrazione e successo. I poster elettorali che adornano i muri sono l’ulteriore sberleffo a una società che abbandona i giovani diseredati e in cui le istituzioni di “law & order” non sono minimamente preparate a scongiurare (e comprendere) la realtà giovanile. Il miracolo americano è messo sottosopra quando i poliziotti sopraggiungono a interrompere una rissa tra le gang e loro, per autodifesa, dicono che i responsabili di un pestaggio sono due cop (quanta attualità!). Alla replica dell’ufficiale che è una cosa impossibile, il capo della gang portoricana dice “in America nothing is impossible”. I ragazzi rappresentano la società giovanile (ma anche immigrata o di colore) che esploderà contro la generazione dei padri nei movimenti di contestazione tanto che la replica di uno dei Jets a Doc, l’anziano proprietario del bar, – “tu non hai mai avuto la mia età” – sembra uno dei manifesti della gioventù arrabbiata che darà fuoco al mondo dei lunghi anni Sessanta. Anche la parodia del paternalismo con cui le autorità vogliono “curare” la gioventù malata, il celeberrimo pezzo “Gee, Officer Krupkie” in cui vengono menzionati figli problematici di coppie alcolizzate, drogate e impregnate di radicalismo politico sembra riverberare di quella rivolta all’autorità che parte dai mod passa per i beat e si concluderà con le manifestazioni studentesche.

Nota bene: i ragazzi durante il pezzo leggono i fumetti, visti ancora come strumento di corruzione della gioventù come affermava il dr. Fredric Wertham in Seduction of the Innocent (1954). Però siamo ancora in un film hollywoodiano del 1962 e quindi queste aperture verso una realtà segnata dal conflitto sociale, interetnico e di classe sono viste come un ostacolo alla felicità della coppia di protagonisti che per coronare il loro sogno d’amore sono costretti letteralmente a isolarsi e a rimuovere dall’inquadratura il contesto sociale. I due innamorati shakespeariani, Anton e Maria, fin dal momento del loro incontro (la festa nel ballroom) vedono il mondo circostante sparire in una dissolvenza che li lancia in un mondo stilizzato (e tipicamente hollywoodiano) dove il loro amore possa vivere senza doversi scontrarsi con la dura realtà. Esattamente come succedeva nell’Aurora di Murnau ai due innamorati nella caotica città

che si proiettano in un mondo di sogno per vivere il loro amore. Durante il ballo il mondo delle gang diventa sfocato e la violenza delle coreografie di lotta/danza lascia il posto a un ballo armonico e ordinato con sfondo stilizzato come nei film di Fred Astaire.

Durante le canzoni in cui dichiarano il loro amore reciproco la città si svuota, l’elemento umano rappresenta un ostacolo alla loro felicità ed è foriero di tragedia: il loro obbiettivo è proprio fuggire dalla città verso una nuova realtà in cui esisteranno solo loro due. Cito dalla canzone “Tonight” che riprende la scena del balcone shakespeariano: “All the world is only you and me”, “Only you, you’re the only thing I see” e, ancora, “there is nothing for me but Maria”. Durante il brano la città scompare e la scena è fatta di dettagli di corpi che si accarezzano e ancora una volta la realtà del vicolo (ora però ricreato in studio) viene sfocata per isolare i protagonisti nella loro bolla d’amore. Grazie all’amore lei riesce temporaneamente a coronare il sogno del mito americano immaginandosi Miss America. West Side Story sembra dirci che la città va celata per raggiungere il successo e l’amore, le due funzioni narrative classiche del musical. Ma di tragedia si tratta e quindi in una città bagnata da un tramonto rosso come il sangue, resa con inquadrature oblique per esaltare il dramma della situazione, le gang si affronteranno portando alla morte del protagonista. Insomma il film di Wise e Robbins è un momento di passaggio, ha un’anima divisa tra il classico sogno d’amore hollywoodiano girato in studio e il film girato in ambienti degradati, tra sguardo sociologico e romanticismo esasperato. Alla fine a prevalere è il senso di spettacolarità tradizionale ma già sono posti i semi che porteranno alla morte e rigenerazione del musical classico negli anni successivi. A garantire l’immortalità di quest’opera ci penseranno le musiche (tuttora modernissime e stupefacenti). La ripresa dell’estetica delle gang di strada ballerine riviste ne I guerrieri della notte e nei video di Michael Jackson

e il fatto che Steven Spielberg ne stia attualmente preparando un remake che, a giudicare dal trailer, segue la via della filologia nei confronti della matrice originale.